Il defibrillatore doveva essere usato in campo quando il calciatore del Livorno Piermario Morosini fu colto da improvviso malore nello stadio Adriatico-Cornacchia di Pescara. A dirlo la perizia dei tre consulenti nominati dal gip del tribunale di Pescara, Maria Michela Di Fine, per fare luce sulla morte di Morosini, avvenuta il 14 aprile scorso a seguito di un malore avuto durante l'incontro Pescara-Livorno. Per la morte in campo di Morosini sono indagati, per omicidio colposo, quattro medici: il medico sociale del Livorno Manlio Porcellini, quello del Pescara Ernesto Sabatini, il medico del 118 in servizio quel giorno allo stadio, Vito Molfes,e e quello dell'ospedale di Pescara Leonardo Paloscia, cardiologo responsabile dell'unità di Emodinamica. L'inchiesta è coordinata dal pm Valentina D'Agostino. Nel mirino dell'accusa c'è appunto il mancato uso del defibrillatore presente a borso campo.

 

Il defibrillatore doveva essere usato in campo quando il calciatore del Livorno Piermario Morosini fu colto da improvviso malore nello stadio Adriatico-Cornacchia di Pescara. A dirlo la perizia dei tre consulenti nominati dal gip del tribunale di Pescara, Maria Michela Di Fine, per fare luce sulla morte di Morosini, avvenuta il 14 aprile scorso a seguito di un malore avuto durante l'incontro Pescara-Livorno. Per la morte in campo di Morosini sono indagati, per omicidio colposo, quattro medici: il medico sociale del Livorno Manlio Porcellini, quello del Pescara Ernesto Sabatini, il medico del 118 in servizio quel giorno allo stadio, Vito Molfes,e e quello dell'ospedale di Pescara Leonardo Paloscia, cardiologo responsabile dell'unità di Emodinamica. L'inchiesta è coordinata dal pm Valentina D'Agostino. Nel mirino dell'accusa c'è appunto il mancato uso del defibrillatore presente a borso campo.

MANCATO USO DEL DEFRIBILLATORE - «Tutti i membri dell'équipe medica - scrivono i periti Vittorio Fineschi, Francesco Della Corte e Riccardo Cappato - hanno omesso di impiegare il defibrillatore semi-automatico esterno, già disponibile a lato della vittima pochi secondi dopo il collasso di Morosini (dopo circa 25 secondi). Ciascuno dei medici intervenuti è chiamato a detenere , nel proprio patrimonio di conoscenza professionale, il valore insostituibile del defibrillatore semi-automatico nella diagnosi del ritmo sottostante e, in caso di fibrillazione ventricolare, il valore cruciale nell'influenzare le chance di sopravvivenza della vittima di collasso». I periti prendono in esame i singoli comportamenti dei quattro medici «e la valenza causale dell'inefficace assistenza fornita, in termini di rilevanza causale».

IL PRIMO SOCCORSO - Per quanto riguarda il medico sociale del Pescara, Ernesto Sabatini, i tre consulenti evidenziano che «in qualità di responsabile del soccorso nel campo della squadra ospitante, era chiamato a conoscere la disponibilità della strumentazione di soccorso, la sua funzionalità e la modalità di impiego». In particolare la disponibilità del defibrillatore semi-automatico esterno. Secondo i periti «la assoluta incardinata attività posta in essere da tale sanitario, comunque, dati i tempi di intervento (è accanto all'atleta in meno di un secondo), riveste sicura dignità causale nel concretizzarsi dell'exitus di Morosini». Relativamente al medico sociale del Livorno Manlio Porcellini «sono riconosciute differenti incongruenze comportamentali» dato il ruolo di «non ospitante» rispetto al medico del Pescara. «Tuttavia - scrivono i periti- anche egli avrebbe dovuto ricercare il defibrillatore semi-automatico esterno e,una volta identificatolo, saperlo impiegare immediatamente» in un momento in cui, dicono i periti, «la probabilità di pieno recupero del circolo cardiovascolare è massima (è il primo sanitario giunto nell'assistenza a Morosini)». «Tale omissione diagnostico-terapeutica, pertanto, riveste ruolo causale nel determinismo dell'exitus di Morosini».

LE ALTRE FASI - Per i consulenti del gip il medico responsabile del 118 Vito Molfese ha rivestito «il ruolo più delicato» e a lui sono addebitabili «i maggiori profili di censurabilità comportamentale». Infatti, pur intervenendo in un momento successivo rispetto ai primi due medici, «si deve a lui riconoscere il ruolo di leader che egli avrebbe dovuto assumere», «riconoscendo l'assenza di impiego del defibrillatore ed operandone l'impiego ad un tempo in cui una defibrillazione esterna si sarebbe associata ad una probabilità di sopravvivenza ancora piuttosto elevata (circa 60-70 per cento)». Per quanto riguarda il professor Leonardo Paloscia, intervenuto volontariamente per prestare soccorso al giocatore, i periti evidenziano che «non è parte integrante dell'équipe di soccorso, ma anch'egli omette di richiedere, e successivamente di impiegare, il defibrillatore». Secondo i periti, «nonostante tale censura comportamentale», in questo caso «solo residue chance di sopravvivenza erano ormai ipotizzabili» per Morosini al momento dell'intervento di questo medico («considerando che l'atleta giunge in ospedale con un tracciato ancora non asistolico») e quindi «nessun rilievo causale è da assegnare all'erroneo comportamento di tale medico».

LA TRAGEDIA - I tre periti avevano ricevuto l'incarico il 9 novembre nel corso dell'incidente probatorio. La prossima udienza è prevista per il 19 aprile. Morosini, giocatore del Livorno, ebbe un malore il 14 aprile scorso all'interno dello stadio Adriatico mentre si stava giocando la partita di serie B Pescara-Livorno. A niente valsero i tentativi di rianimarlo. Secondo quanto emerso dalla perizia della Procura, Morosini sarebbe morto a causa di una malattia cardiaca genetica.

 

 

 

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